Anobii Blog

Come si fa a cambiare il motore di un aereo in volo?

Categoria NOVITÀ | Scritto da Antonio - Agosto 30, 2019
https%3A%2F%2Fblog.anobii.com%2Fit%2F2019%2F08%2F30%2Fcome-si-fa-a-cambiare-il-motore-di-un-aereo-in-volo%2F

Quando alla fine di maggio abbiamo comprato Anobii da Mondadori ci siamo chiesti come fare a rimetterlo a nuovo per riconquistare gli anobiani “perduti” negli anni e creare una community ancora più ampia, che coinvolga anche gli autori, i piccoli editori e le librerie indipendenti. Le opzioni erano due: spegnere tutto per ricostruire da zero il social dei libri (e vi garantiamo che c’erano ottime ragioni per farlo, dal punto di vista tecnico) oppure andare avanti garantendo la continuità del servizio mentre si ristruttura. In pratica: far atterrare l’aereo e chiuderlo nell’hangar della manutenzione per sei mesi oppure cambiare i motori in volo. Come potete immaginare, abbiamo scelto la seconda.

Anobii va ricostruito per bene, ma non è solo un problema di grafica e interfaccia, anche se c’è da rifare sia la grafica che l’interfaccia, cioè il modo con il quale le persone interagiscono con il sito. Se vi piace la metafora dell’aereo, rifare queste ultime è un po’ come rifare gli interni del velivolo, mettere poltrone nuove, più spazio per le gambe, schermi più grandi, bagni nuovi. Rendere più vivibile e più abitabile il servizio per i passeggeri. Ma c’è di più. C’è da rifare praticamente tutto, anche quello che i passeggeri non vedono: i motori, le ali, i sistemi di volo.

Ovolab, cioè noi, la società torinese che ha comprato Anobii, si occupa da sempre di software. Siamo piccoli, ma essere piccoli nel mondo del software non è necessariamente un male. Anzi, in alcuni casi quando si lavora con la tecnologia essere piccoli conviene, anche se ovviamente non è la garanzia del successo. Però ci sono ottimi esempi che ci ispirano: nel 2014, quando Whatsapp è stata comprata da Facebook per 19 miliardi di dollari, aveva 55 dipendenti. Dieci anni fa, quando Twitter macinava “solo” 50 milioni di cinguettii al giorno, ne aveva 30 (o 69, contando i contratti a termine). Insomma, la dimensione conta fino a un certo punto: meglio avere pochi programmatori molto bravi che lavorano in maniera agile e sono focalizzati su un progetto del quale sono convinti, che team di 100 o più persone che vengono soffocate dalla loro stessa burocrazia interna e si occupano di qualcosa che non gli interessa personalmente. 

Questo per dire che quando abbiamo comprato Anobii sapevamo che la sfida era decisamente alla nostra portata. Anzi, è stata una delle motivazioni fondamentali per l’acquisto, visto che parecchi di noi sono anche anobiani di lungo corso molto frustrati da come funzionava il sito. L’obiettivo è di fare una Anobii migliore di quella di oggi. Per riuscirci riteniamo sia molto importante ascoltare la vostra opinione, cioè capire cosa secondo voi va male e cosa invece va bene. E poi bisogna procedere per gradi, un problema alla volta. 

Adesso abbiamo dato la priorità alle fondamenta: la prima cosa, quando Mondadori ci ha consegnato le chiavi della casa-Anobii, è stata trovare una nuova collocazione per i server sui quali vive il sito. Che, tra le altre cose, erano molti, quasi troppi. Perché dal punto di vista informatico Anobii è un sistema complesso e piuttosto “antico”, con strati su strati di scelte fatte in momenti storici diversi da proprietari differenti: prima il fondatore Greg Sung, poi HMV (la casa madre di HarperCollins, Penguin e Random House, per intenderci), poi Sainsbury’s e infine Mondadori dal marzo 2014. Ogni proprietario ha aggiunto servizi, cambiato dei server, rimodellato l’interfaccia. E questo avveniva mentre fuori da Anobii il mondo della tecnologia correva in avanti e superava molte delle scelte fatte in precedenza. Il risultato è che l’architettura tecnologica di Anobii è diventata complessa e farraginosa oltre che per buona parte obsoleta. Ripeto, la parte tecnologica, non l’interfaccia o la grafica, che sono un’altra cosa.

Quindi, come farebbe chi acquista una casa nuova, ci siamo messi d’impegno per ristrutturarla. Ma prima di tirare giù le pareti e rifare solai e tutto il resto, c’era un altro passaggio da affrontare. Quando Mondadori ci ha consegnato le chiavi di Anobii ci ha dato accesso a un sito che vive su una serie di server. Molti e costosi. Così la prima cosa da fare è stata trovare una soluzione diversa. 

Lo abbiamo fatto ed è stato il lavoro di questa estate: abbiamo traslocato, passando a un fornitore di cloud computing che tra le altre cose è tecnologicamente più efficiente e quindi ci permette di consumare molta meno energia. Se volete, Anobii è già diventata un po’ più verde e meno inquinante di prima (e questo è un obiettivo al quale teniamo molto, ma ne riparleremo un’altra volta). Adesso Anobii è diventata anche più sicura (abbiamo delle certificazioni di cybersecurity migliori), è diventata capace di scalare il servizio offerto più velocemente se il traffico degli utenti aumenta, ha sistemi più moderni che ci offrono spazio per una serie di migliorie.

Questa estate, fatta la migrazione sul nuovo cloud, abbiamo cominciato a razionalizzare l’esistente, un server alla volta, come se stessimo cambiando i pezzi del motore del nostro aereo mentre è ancora in volo. Per ogni server dobbiamo vedere a cosa serve, come possiamo aggiornarlo, integrarlo con altri servizi e tecnologie, renderlo più stabile e performante. L’obiettivo è dare fondamenta solide ad Anobii prima di cominciare a intervenire sulla sua architettura per costruirne una nuova. 

Non sono un tecnico e quando parlo con Max, che dirige il cantiere di Anobii, ne capisco fino a un certo punto. Però fino alla virtualizzazione, i container e il cloud ci arrivo. Per saperne di più aspettate che Max abbia un po’ di tempo libero (perché lavora letteralmente tutti i giorni sulla ristrutturazione tecnologica di Anobii) e lo intervisto, così ci racconta lui a che punto siamo per chi volesse saperne di più sul lato tecnologico.

C’è un altro team, guidato da Marco, che invece si occupa di un altro progetto: l’interfaccia e la parte grafica. È un lavoro molto importante perché così com’è fatto Anobii non va bene. Però, prima di avere un’interfaccia nuova, bisogna che sotto ci sia un sito che funzioni. E inoltre costruire la nuova interfaccia (e le nuove app, ma anche di questo parleremo più avanti con Marco) richiede tempo. Per questo il suo lavoro arriverà dopo quello di ristrutturazione del sito. In pratica, a chi come me e come voi utilizza Anobii da utente, adesso sembra che non stia cambiando niente. In realtà, la parte tecnologica è già cambiata in un mese e mezzo più di quanto non abbia fatto negli ultimi cinque anni, e siamo solo all’inizio. Ci vorrà ancora qualche mese, ma avremo delle fondamenta molto più solide. E poi passeremo alla grafica, all’interfaccia, alle app e alle novità di funzionamento del sito, all’allargamento della community e a tante altre cose che arriveranno un po’ per volta in questo inverno che si prospetta molto intenso per noi e speriamo interessante per voi.

Come fare a tenersi informati e sapere cosa succede con Anobii? Beh, per questo ci siamo Jessica ed io, che lavoriamo alla parte di comunicazione, social e relazioni con la comunità degli anobiani, cioè voi. Il nostro sito è un social media, quindi ha già i suoi mezzi per comunicare all’interno (la parte di community e questo blog), e intendiamo sfruttarli al massimo. Cerchiamo anche di non disperderci troppo, per questo adesso siamo un po’ meno visibili sugli altri social, come Facebook, Instagram e Twitter, ma andando avanti lo saremo di più. Cerchiamo comunque di leggere tutto quello che ci dite. L’indirizzo per scriverci è contact@anobii.com 

Dal nostro punto di vista che ci occupiamo della comunicazione, ci sono ancora molte cose da fare. Tra queste, ridare vita a un social che non era stato molto considerato negli ultimi anni. Anche per questo ci vuole un po’ di tempo: scusate se finora siamo stati assenti, ma stiamo ripartendo un pezzetto alla volta. Ah, scrivete se volete dirci qualcosa (anche solo un ciao va bene) e condividete questo post. Le comunità alla fine sono delle conversazioni: funzionano quando le persone si parlano.