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L’influenza del blu di Giulio Ravizza

Categoria STORIE | Scritto da Antonio Dini - Gennaio 27, 2020
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Capita raramente di trovare un libro di un esordiente che ti stupisce per l’idea e il modo in cui racconta la storia. A me è successo da poco con un libro che ho letto per caso, letteralmente tramite il passaparola di amici quando ancora stava andando in stampa, e che mi ha colpito. Si tratta di “L’influenza del blu” di Giulio Ravizza, edito dal piccolo indipendente bookabook.

Il libro è ambientato nella Costantinopoli di un futuro distopico: non ci sono più odio o guerre, ma il Bosforo è inaccessibile per tutti e il colore blu è vietato. Qui si intrecciano i fili delle storie di di Violetta, Leone e Mehmet. E la storia si costruisce come un meccanismo ben calibrato per arrivare a una decisione che sfida e impegna anche il lettore.

Capita raramente, come dicevo, di essere stupiti da un esordio di questo tipo, creato in modo intelligente e con un bel gusto per la scrittura. Così ho deciso di sentire l’autore, che è un giovane manager che lavora nel settore della tecnologia.

L'influenza del blu di Giulio Ravizza

Grazie per il tuo tempo Giulio. Com’è nata l’idea del tuo libro? In quanto tempo sei riuscito a scriverlo?

Era una sera come tante. Avevo appena trovato un’opera che avevo voglia di ascoltare: La Bohème di Leoncavallo. Ad un certo punto Schaunard, un compositore che cerca di sbarcare il lunario, annuncia il titolo del suo nuovo brano: -L’Influenza del Blu sulle arti-. Poco dopo sono andato a dormire ma non riuscivo a prender sonno. Un tormento mi teneva sveglio: “Come potrà mai essere una musica il cui proponimento è di raccontare l’influenza che il colore blu ha avuto sulle arti? Come comincia? Come finisce? E il ritornello? E’ triste o allegra? Che ritmo ha?” Come spesso accade nel primo sonno, persi il controllo della mia immaginazione e cominciai a figurarmi un mondo senza blu, per poi ipotizzare con una certa ossessione cosa ne sarebbe stato del Periodo Blu di Picasso, di Rhapsody in Blue di Gershwin, della Moschea Blu di Istanbul. Sono stati proprio quei vaniloqui, quelle suggestioni, quelle emozioni miste al sonno che hanno dato vita a L’Influenza del Blu, la cui stesura è cominciata il mattino dopo per concludersi un anno più tardi. 

Come funziona, dal tuo punto di vista, il percorso di un esordiente? A che punto hai capito che avresti potuto pubblicare il libro? 

Il mattino dopo, quando la penna si è posata sul foglio per scrivere la dedica che precede l’inizio del romanzo (“Dedicato a chi deve fare scelte difficili”), avevo deciso due cose: avrei scritto con l’obiettivo della pubblicazione e avrei confezionato un romanzo diverso da tutti quelli che avevo letto, da tutti i film che avevo visto, da tutte le storie che mi erano state raccontate a voce, da tutti gli spettacoli teatrali ai quali avevo assistito. Non volevo scrivere per me stesso ma per far fiorire la visione magnetica della notte precedente in un testo che avesse appassionato un pubblico ampio con un’estetica, una drammaturgia, dei personaggi e dei tessuti narrativi nuovi. Ho capito di avere qualche possibilità quando ho ricevuto pareri entusiasti dai volontari di un’associazione chiamata “Il rifugio degli esordienti”: un gruppo di lettori che si impegna a leggere e dare consigli su testi inediti di scrittori alle prime armi. 

Come vuoi promuovere il tuo libro?

Personalmente acquisto solo i libri che mi vengono consigliati da persone per le quali provo un sentimento di stima o fiducia. Partendo da questo presupposto, insieme all’editore abbiamo impostato una strategia di comunicazione centrata sui cosiddetti book-influencers, ovvero quei personaggi che sulle diverse piattaforme digitali parlano di libri. Abbiamo anche scommesso sull’innovazione: L’Influenza del blu è il primo romanzo al mondo ad essere lanciato con un filtro Instagram. E’ sufficiente andare sulla pagina Instagram dell’editore (@bookabook_it), cliccare sulla faccina appena sopra le foto, premere su Prova e voilà: ci si trova catapultati in uno dei capitoli del romanzo. È stato anche prodotto un book-trailer, direttamente dalle menti creative dell’agenzia Moskito Design.

Nelle pagine di introduzione al libro ringrazi i tuoi editor della casa editrice che non conoscevo, bookabook. Che ruolo hanno avuto nella creazione del libro?

Bookabook ha uno staff di editor eccezionali, che rivedono i testi con intelligenza e cura. Nel mio caso hanno portato avanti una revisione sia formale (ad esempio facendomi notare che da una certa strada di Parigi non si vede il Sacro Cuore, come invece io avevo scritto) sia sostanziale (segnalando alcune contraddizioni nelle azioni dei personaggi). Il rapporto con i due editor che mi sono stati assegnati è stato fertile perché dialettico e a due direzioni: senza imposizioni e incentrato su uno stimolante pensiero critico. 

Mi puoi raccontare qual è stato il processo di creazione, rispetto anche al lavoro con la casa editrice? E poi, come mai non hai seguito la strada del self publishing o di una editoria digitale ma invece quella convenzionale seppure indipendente?

Ho escluso fin da subito l’auto pubblicazione perché credo nel valore aggiunto dell’editore, dalla fase di editing, al confezionamento del libro, alla sua promozione, alla sua distribuzione. Un editore di qualità sa scegliere una copertina bella come quella del mio romanzo (anche qui il merito va condiviso con Moskito Design), sa stabilire il prezzo giusto, lo sa posizionare. Per ciò che riguarda l’editoria digitale, ovvero la pubblicazione esclusivamente in formati per lettori di eBook, vedo un problema di diffusione. Secondo l’Associazione italiana editori solo il 5% dei lettori italiani legge libri solo in digitale (dati del primo semestre 2019).  

Un’ultima domanda: i proventi del tuo libro andranno ad Emergency, vero? Perché?

Non appena ho cominciato a scrivere ho capito che era meglio rimuovere l’elemento del guadagno. Se si scrive per denaro (proponimento assolutamente legittimo) si diventa dipendenti dai gusti del pubblico, dalle ricerche di mercato su cosa e come bisogna scrivere, dalle esigenze degli editori. Io volevo scrivere il romanzo che avevo in testa: volevo che fosse nuovo, diverso e ferocemente inedito. A mio avviso è un gesto di libertà che si può fare solo se si rinuncia alla componente economica. La scelta di Emergency è figlia della stima che provo nei confronti di Gino Strada. Lui combatte per un principio tanto condivisibile quanto negato: tutte le persone che appartengono al consorzio umano hanno diritto a cure mediche di qualità. Mi piace pensare che, se questo romanzo avrà successo, a beneficiarne sarà chi vive per portare alta questa bandiera.